Dodici piccoli pensieri alla finestra.

STORIE RIFLESSE

Un minuto di pausa, un attimo di curiosità improvvisa, o il semplice desiderio di evadere, almeno con lo sguardo, dalla routine, ed ecco che ci ritroviamo alla finestra: è qui che si affacciano alla mente idee, ricordi o pensieri riflessi sui vetri.

Perché, spesso, è proprio davanti a una finestra che nascono riflessioni o affiorano tracce del passato che forse non avremmo realizzato altrove. Sono come piccole aperture che si spalancano nella mente, come le dodici storie illustrate e raccontate in questo calendario.

Puoi leggerle tutte, sfogliando il 2026 giorno dopo giorno, scansionando il QR Code presente sulla pagina di ogni mese.

Una finestra è la scusa perfetta
per perdersi in un pensiero, in un ricordo
o in una sfuggente considerazione.

Il lunedì dell'anno

GENNAIO

La lista dei buoni propositi è praticamente sempre la stessa. Quest’anno, però, ci sono tre novità. La prima: Alberto ha deciso di riportarla pari pari, ma su un foglio decisamente più grande, un bel poster 50 x 70 cm, ben visibile. Vuole attaccarlo sulla finestra della cucina, proprio sopra la mensola dove c’è la macchinetta del caffè.
La seconda novità: in un momento di malinconia post natalizia, ha scritto una lettera indirizzata a gennaio, da allegare all’elenco, e da riporre sulla stessa mensola.
“Ciao gennaio, rieccoci qui. Io di un anno più vecchio, tu più nuovo di un anno. Caro ed eterno esordiente, tu sei l’inizio di tutte le cose, sei ripartenza, sei il titolo di tutti i buoni propositi, sei la speranza del mondo intero! - Una bella responsabilità, eh? Senza offesa, ma per me resterai sempre il lunedì dell’anno.
Stavolta ho deciso di scrivere in grande il mio elenco di buone azioni per il 2026 e di appenderlo qui, sulla finestra che illumina ogni mia mattina, mentre sorseggio il caffè. L’elenco lo conosci, è più o meno sempre lo stesso:

  • Preventivo nuove finestre
  • Riprendere dieta
  • Portare Adele più spesso al cinema!
  • Chiamare per corso spagnolo
  • La palestra!!!
  • Montare lampade corridoio e camera da letto
  • Prenotare weekend in montagna

Quante volte ci abbiamo provato io e te, eh? Però sai che c’è, quest’anno, caro mio, almeno su un punto t’ho fregato!”
Alberto prende il poster col suo elenco, lo attacca con il nastro adesivo, quello delicato che non rilascia alcun residuo di colla, perché non vuole rovinare il vetro della sua finestra nuova di zecca.
Ecco la terza novità: la prima voce del suo elenco di buoni propositi quest’anno è barrata.

Continua a leggere
Segnali

FEBBRAIO

Se gli chiedessero qual è il momento della giornata che preferisce, durante il freddo dell’inverno, risponderebbe sempre la stessa cosa: “il mercoledì e la pausa delle cinque”. È il giorno in cui la casa si svuota. Livia, sua moglie, ha il corso di pilates; i figli sempre indaffarati col lavoro; i tre nipoti tutti puntualmente assegnati al rispettivo sport pomeridiano: judo, calcio e allenamento funzionale - due attività su tre gli risultano del tutto sconosciute.

È il mercoledì che Carlo si abbandona al suo rituale settimanale: alle 17.00 in punto, l’acqua è appena bollente e, in una soffice nuvola di vapore, si riversa consolatoria nella tazza color mattone. Ad attenderla c’è la bustina microforata che contiene, di solito, erbe, fiori, frutta o spezie triturate - oggi gli è capitata quella mela e zenzero, l’unica rimasta nella credenza, l’unica che detesta.

Tira via la tenda davanti al finestrone, quando viene improvvisamente rapito da un piccolo e ritmico lampeggiare, là fuori. Si avvicina all’infisso, per capirci qualcosa di più: scariche di luce provengono dall’appartamento dei Ferricci, la cui finestra è l’unica del palazzo di fronte al suo ad essere leggermente aperta. Segnali luminosi, come se nel salotto della casa ci fosse il giallo del semaforo che lampeggia irregolare. Carlo si chiede se sia semplicemente il figlio dei Ferricci a importunarlo, oppure la lampadina dell'abat-jour sul davanzale, forse avvitata male, o una torcia che emana piccoli bagliori nel buio del pomeriggio. Poi si insospettisce, fino a domandarsi se non sia qualcosa di decisamente più serio, come una scintillante e silenziosa richiesta d’aiuto, o un messaggio segreto, trasmesso in codice morse a tutto il vicinato. Arriva persino a sospettare che potrebbe trattarsi di qualcosa di più misterioso, assurdo e surreale, come il messaggio di una qualche forma di vita aliena che ha scelto proprio lui, Carlo, 71 anni, impiegato adesso in pensione, come tramite fra i due mondi. Poi gli si accende una lampadina in testa: nel ripostiglio, dev’esserci quel binocolo che Livia, circa dieci anni prima, lo aveva costretto a comprare nel pieno del suo periodo da fanatica birdwatcher. Lo avvicina al viso, lo punta sulla finestra di fronte, mette a fuoco e strizza gli occhi: è una scritta quella che lampeggia! È proprio come immaginava, qualcuno cerca di dirgli qualcosa. Ingrandisce quelle strane lettere, sembra un linguaggio lontano composto da segni sconosciuti. Si chiede chi diavolo può avergli mai scritto quel messaggio intermittente, in quella lingua incomprensibile poi! Lo trascrive su un biglietto: “böᴎɘɿ ʞɘdɒʙ”.

Mentre cala un buio torbido e la tisana non fuma più da un pezzo, Carlo è ancora lì che scruta e studia quel ritaglio di carta, come se stesse partecipando a un quiz televisivo impossibile. All’improvviso si spazientisce e scaccia via il foglio con la mano; questo volteggia senza peso nell’aria, si capovolge e atterra delicatamente sul tappeto. Carlo si sporge dal tavolo a guardare il risultato di quella caduta senza fine. Il foglio è al contrario, sottosopra, e quel messaggio ribaltato adesso sembra dirgli tutt’altro; lo raccoglie, lo legge: “döner kebab”. 

Nella finestra dei Ferricci, il riflesso specchiato dell’insegna luminosa della nuova kebabberia sotto casa continua a prendersi gioco di lui.

Continua a leggere
Vasistas

MARZO

“Allora, con calma. Guarda bene quello che faccio io. Tac. Una sola volta, verso l’alto.”
“Sì, ho visto come fai girare la maniglia così, verso l’alto.”
“Ecco, appunto! Uno scatto e la maniglia resta così.”
“Aspetta, rimettila com’era. Voglio provarci io. Tac!”
“Oh! Vedi che ce l’hai fatta?”
“Adesso sì. Quindi sarebbe questo il famoso Zasistar.”
"Vasistas."
“Vabbé sì, quel coso lì, che te la apre solo là in alto.”
“Eh, così magari eviti di spalancare tutto, papà. Siamo a marzo.”
“Beh, in effetti è comodo.”
“Ma certo che lo è.”
“Tua madre doveva sempre aprire tutto… anche con la neve fuori!”
“Sì, lo ricordo bene.”
“Ho fatto le cotolette. Ne vuoi un paio? Me ne sono avanzate un po’.”
“Papà, ma quante ne hai fatte? Lo sai che non devi esagerare con… “
“Beh, ne avevo voglia, le ho fatte. Punto.”

Luca sospira, alza gli occhi al soffitto, esce dalla cucina, va in salotto. Si siede sulla poltrona che un tempo era posizionata tra i due divani in pelle. Su quella stessa poltrona sprofondava il padre, ogni sera, subito dopo cena. Allora Luca prendeva la rincorsa dal corridoio e, in volo, atterrava sulle gambe forti del padre. E così restavano, immobili, nel loro unico tempo insieme, a guardare la TV.

Nell'ultimo anno, la poltrona è un’isola che migra per tutto il salotto: ogni giorno occupa uno spazio diverso rispetto al giorno prima. Oggi si trova, inspiegabilmente, davanti al finestrone. Con suo padre adesso funziona tutto così: ogni giorno è una sorpresa - un po’ malinconica, ma pur sempre una sorpresa. Come quando l’ha trovato che cercava di aprire una scatoletta di tonno con la chiave inglese, o quando, al posto del pigiama, aveva indossato la tuta in acetato.

Guarda fuori, il cielo è un enorme lenzuolo bianco. Pensa a come adesso i ruoli si siano definitivamente invertiti: è lui che dice al padre cosa fare e cosa non fare; è lui che gli rimprovera di essere uscito in veranda senza giacca, con quel freddo; è lui che gli mostra come funzionano le cose.

Torna in cucina. Sul tavolo rosso c’è un piccolo post-it giallo. Lo prende, lo legge: “Vasistar”. Sorride.

Continua a leggere
In giro per la città

APRILE

“Bianca, la manina, sempre”. I clacson inferociti, le voci del mercato della frutta, la bancarella dei funghi e il suo sgangherato proprietario che espone il cartello “porcini freschissimi!”, e poi tante persone, a ogni passo sempre tante e nuove persone. Finché, superata la piazza e la via principale, si giunge sul Corso, “la strada più bella”. A sostenerlo è Bianca: pochi anni, pochi centimetri, ma tante idee color arcobaleno in testa.

Ogni sabato, lei e la mamma girano per il centro, mano nella mano; è sul corso che prende vita il gioco preferito di Bianca: per ogni finestra, bisogna inventare una storia. Storie su chi ci abita, sul perché la luce è accesa, su come sono disposti i mobili all’interno, su cosa fanno le persone in ognuno di quei pezzetti di mondo privato, che con la fantasia Bianca e la mamma invadono per pochi secondi.

Continua a leggere
Bowie, Life on Earth

MAGGIO

Da dietro la finestra di casa sua - il suo regno - Bowie guarda la città: là fuori, c’è il mondo degli umani. Bowie, il gatto di Davide, sta immaginando il suo piano: dopo essersi autoproclamato re indiscusso dell’appartamento, vuole innanzitutto diventare amministratore supremo di condominio, per poi passare alla terza fase del suo progetto, la più attesa: conquistare il mondo intero.

Continua a leggere
Di pioggia

GIUGNO

È un frastuono dolce e calmifico quello che la pioggia riproduce quando si abbatte giù dal cielo d’estate. Scroscia impetuosa; si placa… diminuisce… riprende con più foga. A Laura ricorda il pranzo di ieri: lo stesso rumore dell’olio che frigge nella padella, su quella cucina improvvisata al centro del prato. Solo cento volte più forte.

Il profumo, però, non è quello del pesce fritto. Non ha nulla del mare, sa tutto di bosco, di selva, di erba che assorbe, di alberi che ne indeboliscono la discesa, di terra, foglie e fiori: è una natura fradicia.

Fradice allo stesso modo, Laura e Matilde corrono per il prato, in direzione della porta d’ingresso della casa; scivolano, ridono, cercano goffamente di raggiungere l’entrata, per mettersi al riparo. Sono di rientro dalla loro solita passeggiata nel boschetto poco distante dalla loro villa. Rientrano prima del solito, perché l’acquazzone le ha colte di sorpresa. Si guardano, Laura domanda qualcosa, ma il rumore è talmente forte che non riescono a sentirsi - e questo amplifica ulteriormente le loro risa. 

Poi Matilde finalmente trova le chiavi, apre la porta, varcano l’ingresso, chiude con energia. Dentro, il silenzio. Tutto è immobile, tutto è salvezza. L’infisso attutisce il rumore delle infinite gocce che si scagliano contro i vetri, che cercano invano i loro corpi, per bagnarli ancora.

Continua a leggere
Dentro e fuori l'ufficio

LUGLIO

Le 18.15 di un nuovo venerdì. Lontano dal monitor, dalla tazzina del caffè, dalle mentine, dal portaocchiali, lontano dalla sua scrivania, fuori dall’ufficio, c’è tutto un altro mondo. Dentro, invece, c’è Clara e c’è il fresco secco e indifferente degli studi climatizzati d’estate.
Nel tardo pomeriggio, lo spazio diventa un limbo tra la frenesia degli ultimi task e la libertà del fine settimana. Regna un silenzio surreale, tutti tacciono, speranzosi che nulla si frapponga tra loro e quell’ultimo quarto d’ora che li separa dalla vita là fuori. Sin dal mattino, il sole di fuoco fallisce nel suo intento: oltrepassare le finestre, invadere l’ufficio, incendiare tutte le ore di luce.

Clara, dopo aver inviato la ventisettesima mail della sua giornata, scosta leggermente la veneziana e spia la gente raggruppata sotto gli alberi del viale, l’unico rifugio ombrato in quelle ore torride.

Mentre osserva quel mondo, vede il suo volto riflesso nel vetro. In quel momento, i raggi del sole che si incastrano tra una lamella e l’altra della veneziana le disegnano una striscia arancione sugli occhi.

“Sono superwoman” - pensa, socchiudendo leggermente le palpebre. “Per un’intera settimana, combatto per la libertà, la mia libertà.” Continua a recitare il suo copione invisibile “Resisto ai soprusi che serpeggiano tra le scrivanie; sconfiggo lamentele e falsità ricevute via mail; abbatto ogni minimo segno di supremazia e di sgarbo; divento paladina della giustizia.” - Poi rilassa gli occhi, sorride, e intravede l’inizio del weekend all’orizzonte - “Oppure, semplicemente, ho solo bisogno di ferie.”

Continua a leggere
Il mare appena sveglio

AGOSTO

Papà sceglie sempre un albergo solo per la vista che offre. Solo per quella. Mai perché, che ne so, la stanza è vicina al mare, o perché ha delle belle camere spaziose, o perché i servizi sono wow. No, niente di tutto ciò, solo per la vista.
Lo fa da sempre, da quando io e Chiara eravamo bambine; ma probabilmente anche da prima, da quando ancora non eravamo che un pensiero felice e tumultuoso nelle giovani teste dei nostri genitori.

L’obiettivo di quest’estate era vedere a tutti i costi il mare appena sveglio. “Voglio vedere il mare appena sveglio” - ha detto, con gli occhi già in vacanza,  mentre io e Chiara partecipavamo disilluse alla ricerca di un appartamento.

“Guarda questa, è perfetta!” - Esclama Chiara, dopo aver cliccato sull’annuncio che recita Villetta familiare a due passi dalla spiaggia - “Praticamente la camera matrimoniale è in acqua!”

“Mh, non so, ci penso” - Fa lui. 

E ogni volta che dice di pensarci, puntualmente ha già valutato distrattamente l’opzione offertagli, l’ha presa in considerazione per qualche microsecondo, dopodiché stai certo che ha deciso di testa sua… Odioso? Certo, ma gli vogliamo bene anche per questo.

E quindi eccoci qui, io Chiara e papà, sul balcone dell’hotel che ha prenotato lui stesso, sulla soglia del finestrone scorrevole che ha prontamente spalancato, per respirare la fresca “aria di mare”... In realtà, la villa è nel bel mezzo del nulla, su una collinetta sperduta nel verde, sotto la quale file interminabili di abeti si dirigono verso l'orizzonte; in fondo, una stradina lunga e tortuosa separa i nostri occhi dalla spiaggia e infine dal mare.

Continua a leggere
Un ricordo non svanisce come l’estate

SETTEMBRE

Andrea e Marta sono uno di fianco all’altra. Non si guardano, non si parlano, perché, come succede dal primo giorno che sono fratelli, sanno già tutto. 
Hanno preso questa decisione insieme. È così che deve andare: la vecchia casa dei nonni, rimasta disabitata dopo la loro scomparsa, un anno e mezzo fa, dev’essere ristrutturata. Non possiamo lasciarla così, decadente e quasi irriconoscibile. Ci ripensano, mentre immobili sostano davanti alla facciata della villa, mentre gli operai smontano le vecchie finestre in legno sgangherate, le stesse che hanno racchiuso i loro ricordi di bambini.

Poi, tra il frastuono dei lavori, del trapano a percussione, del martello, delle voci degli operai che si accavallano, Andrea allarga il braccio, e con la sua mano afferra quella della sorella. Restano così, fermi, di fronte a un pezzo di passato che si sgretola, di fronte al nuovo che avanza.

Continua a leggere
Al finestrone del bar

OTTOBRE

Gli ingredienti sono solo tre: uova, mandorle tritate e carote, a conferma che, come le diceva sempre suo padre, “equilibrio e semplicità sono tutto nella vita”, … ma anche in una fetta di torta, direbbe Giulia. Ci ripensa ogni sabato mattina a quella frase, mentre, seduta nel suo adorato Bar Moderno, al solito posto, quello che dà sulle grandi finestre affacciate sulla strada del centro, mangia la sua torta.

Al di là del finestrone, gli alberi ingialliti dall’autunno, il cielo grigio, le prime sciarpe della stagione, i sorrisi e i movimenti a rallentatore dei passanti che sfilano davanti al vetro puntinato di goccioline. Giulia sorride di tutta quella vitalità, perché a ogni passo, a ogni sguardo, le si apre in mente una storia nuova: “dove starà andando quel signore così ben vestito?” - “A chi sta scrivendo quel ragazzo mentre ride di gusto” - “Cosa sogna quella piccolina che mantiene l’ombrello, a cavalcioni sulle spalle del papà?”

Nel calduccio del bar, alla luce confortevole e tenue che l’avvolge, quel fantasticare la fa sorridere sempre e così, forchettata dopo forchettata, la nostalgia di ottobre sparisce e resta solo il buono di quel dolce e semplice momento.

Continua a leggere
Il parco

NOVEMBRE

Quando lo chiamano al telefono, Leo involontariamente segue sempre lo stesso copione: che si trovi in corridoio, in salotto, stravaccato sul divano, o al lavoro sulla scrivania in camera da letto, raggiunge la portafinestra della cucina e guarda, in basso, il parchetto sotto casa sua.

Mentre ascolta distrattamente il suo interlocutore - che stavolta è Anna, la madre -, Leo si perde nelle infinite storie che si animano sotto i suoi piedi, in quello spazietto di mondo tutto verde, circondato dalle basse siepi di alloro, che pullula di versi e colori di ogni forma d’essere vivente.

Un uomo sulla quarantina finge di spingere con tutta la sua forza l’altalena sulla quale v’è seduto il figlio; una bimba coi capelli lunghi e castani, nel suo cappottino rosso, cerca di acchiappare i piccioni infastiditi; i vecchi giocano a carte sui gelidi tavolini di pietra; un ragazzino, alto e smilzo, viene trascinato dal suo bulldog, che ha scambiato per gatti svolazzanti le foglie gialle dei tigli.

Mentre lì sotto quelle vite instancabili si danno un gran da fare, al quinto piano del suo palazzo, nel suo appartamento, Leo si avvicina a un palmo dal vetro, soffia fuori il suo fiato silenzioso, e col dito ci disegna dentro forme semplici e infantili: quei pensieri appannati che non ha mai voglia di confidare a nessuno. E pure alle domande della madre si limita a rispondere coi suoi celebri e telegrafici “sì”, “no”, “boh”. Ma quel giovedì di novembre, c’è dell’altro che attira la sua attenzione: in quel costante tumulto, proprio di fianco all’edicola, scorge Sara.

Anche lei è al telefono, mentre aspetta il taxi che, probabilmente, la riporterà a casa. Un traffico impazzito di pensieri, ricordi, suggestioni riempie la testa di Leo. Il viaggio insieme a Budapest, due estati fa, i concerti in giro per la provincia, le serate al cinema, le cene a scambiarsi sorrisi e opinioni su tutto. E poi la domanda di Sara rimasta immobile nel tempo: “che ne diresti di venire a vivere da me?” - Troppo prematuro. Troppo esitanti. 

Quanto è cambiato tutto da allora, e quanto sono cambiati loro due? 

“Hai qualcuno, a casa, che t’aspetta, Sara?” - vorrebbe chiederglielo; vorrebbe troncare la telefonata, lasciare il telefono, infilare scarpe e cappotto, uscire di casa. L’ascensore fermo al primo piano, allora giù per le scale, ogni gradino è uno slancio di curiosità: voli impercettibili, gonfi di nuove domande, chissà, forse di nuove speranze.

Sul vetro disegna il volto di lei, la faccia un po’ allungata, i suoi capelli... ne ricorda il profumo e la distanza precisa che la frangetta concede ai suoi occhi.

“Doveva andare così.” - pensa - “In fondo, è meglio così.”

Continua a leggere
Il Natale di Elia

DICEMBRE

L’anno scorso era più facile. Abitavano a casa dei nonni, loro al primo piano, i nonni al piano terra. Era facile perché l’anno scorso c’era il grande camino del soggiorno, quello in pietra, con la grata in ferro a mo di protezione e i bei mattoni rossi all’interno, che salgono su per il camino.

Elia, 7 anni, sono giorni che cerca di capire come farà Babbo Natale ad aprire la finestra scorrevole della nuova villa in campagna, ora che un camino non ce l’hanno più. Si domanda se sia meglio lasciarla leggermente aperta, o se non sia il caso di restare svegli tutta la notta, così magari quando arriva sarà lui stesso ad accoglierlo in casa.

Continua a leggere
Prev
Next
Select the fields to be shown. Others will be hidden. Drag and drop to rearrange the order.
  • Image
  • SKU
  • Rating
  • Price
  • Stock
  • Availability
  • Add to cart
  • Description
  • Content
  • Weight
  • Dimensions
  • Additional information
Click outside to hide the comparison bar
Compare